02/08/08

Onde cerebrali


Swirl, inserito originariamente da Dous^_^.

Il rumore del mare è dolce ed attutisce gli altri suoni della spiaggia che si è appena risvegliata al mattino di quel giorno ad Ostia.
Le sdraio sono allineate in direzione giusta e il sole le illumina lasciandovi sotto un’ombra corta.
Steso al sole col taccuino in mano guardo persone che sfilano lungo quei minimi spazi,
cercano un posto tra le file, oppure ti guardano per venderti qualcosa.
Di fianco c’è la donna che telefona di continuo, poi l’accanito fumatore, la signora col bambino, l’anziano lettore col giornale misero, poi la ragazza con gli auricolari e la cinese che mette lo smalto, a pagamento.
Il mare alla spiaggetta è placido e lo ricordo come fosse vero.

Stringo gli occhi per guardar lontano e cercare una qualche barca in mezzo al mare, su quel profilo d’orizzonte nitido che spunta tra le persone, là sulla battigia.

Coloro queste pagine e fogli immaginari dei momenti che rivivo tentando come ogni giorno l’artifizio del ricordo.

Il solo che mi può portare via da questo letto.

Ogni giorno, alla stessa ora lo stesso dolore.
Poi, il mio pianto senza lacrime che precede i rituali esasperanti delle visite degli stregoni bianchi.
Qualcuno mi guarda in faccia, ma è raro.
Per qualche istante m’illudo che capisca, poi capisco che m’illudo.
Le visite portano il calvario a termine, poi lo spettacolo che preferisco.
Vedervi a fianco a me ancora un giorno mi fa star meglio, anche s'è poco.
Qualcuno tra di voi che ben conosco mi sfiora col pensiero perché sa che quello è il modo più discreto per lui di sperare.
Ma io vi sento, vi guardo col pensiero e col naso sento il vostro profumo.
Percepisco il vostro umore come fossi divenuto più sensibile a quel che mi circonda.
L’emozione continua quando sento le voci distaccate di qualcuno che crede di esser ormai solo nella stanza, poi mi parla, senza la vergogna di sembrare matto.

Sono qua per voi, miei cari, perché possiate offrirmi il vostro dolore e la vostra pazienza sacrificandoli sull’altare del dubbio e della compassione.
Non mi offende la semplice preghiera ma quel senso di disprezzo per questo mio stato,
mi uccide la mancanza di speranza e il perder la pazienza per la lunga fila che sto facendo allo sportello,
per prendere il biglietto di ritorno ed abbracciare chi penso tutto il giorno.
Ora torno,
in quel luogo in cui mi nascondo, per fuggire la paura per quegli aghi che di continuo trafiggono me, muto.

5 commenti:

nonnatuttua ha detto...

Queste parole mi sono scese nel cuore e lì le ho tenute per due giorni, per non sciuparle con altri pensieri.
Nessun medico credo possa sapere quale vita si nasconda dietro il coma.
La mancanza di risposta non è mancanza di vita. La vita c'è, rinchiusa dentro un guscio che può sempre rompersi....
La tua sensibilità è così profonda!!
Fausta

Claudia ha detto...

Concordo con Nonna Fausta...mi ha impressionato questa poesia.
Un abbraccio Cla

Giovanni Ceroni ha detto...

Grazie.
Ci hai fatto riflettere.... quale inimmaginabile mondo per chi vive ma non può esprimersi....
Enorme rispetto e amore.
Vite silenziose, lontane e sconosciute della 'cività' del chiasso e dell'esteriore.
Giovanni

Dous ha detto...

Il tema è molto attuale ed ho scritto questo racconto immaginando di essere io al posto di tante persone e sottolineo "persone" che ascoltano il nostro cuore, anche se non gli si da la parola...

Silvio Gregorini ha detto...

Parole stupende, che lasciano intravedere un sogno lontano.

Ma che descrivono quello che, a scanso d'equivoci, altro non può essere che un sogno - ovvero, una situazione ben lontana dalla mera realtà.

Perché fantasticare è la più grande e bella dote che l'uomo abbia. Ma il vivere nella fantasia è una dannazione.

Questa - e solo questa - è la differenza che distingue l'artista dal pazzo.