10/06/07

Ambulante





























Floating, inserito originariamente da Dous^_^


Sabato. Poca gente in spiaggia questa mattina di giugno sul litorale laziale. Poca gente che cammina lungo la battigia e che contempla il mare. Ma non tutti. Non tutti hanno tempo per dedicarsi al riposo. Mille formiche variopinte percorrono incessantemente l’arenile quasi a caccia di cibo. Mille venditori ambulanti si avvicendano per i vari stabilimenti balneari, perlustrando ogni gruppo di bagnanti, studiando centimetro per centimetro le possibilità di piazzare uno dei loro oggetti, quasi studiando il momento adatto o la persona che potrà dar loro retta. E le merci sono diventate molto varie. Un figlio e sua madre portano oggetti in legno in giro per la spiaggia. Lei con una lunga giraffa in legno colorato e lui con un paio di archi, con due faretre di legno riempite di freccie legate tra loro. Camminano in cerca di qualcuno interessato. Difficile pensarlo. Sono indiani.
Poi un ragazzo marocchino che offre degli occhiali. Usa un cartone avvolto da un lenzuolo bianco in cui ha praticato una comoda maniglia che usa per sostenere quel negozio ambulante.
Ha fissato gli occhiali all’esterno e mentre cammina mostra la sua merce. Pratico.
Con l’altra mano porta dei cappelli sportivi con visiera, uno lo tiene sulla testa. Come molti altri venditori ambulanti.
Ore sotto il sole richiedono una protezione. Il cappello è come una divisa per alcuni di loro.
Di tutto ciò che li contraddistingue il cappello viene prima, la prima cosa che si vede, e deve essere colorato. Deve dare un segnale.
Deve dire: “Hei, sono qua per te, prestami un minuto del tuo tempo”.
E soprattutto: “pagami un prezzo dignitoso, che mi consenta di tirare avanti e non prendermi in giro!”.
Li osservo e comincio a notare le loro differenze, i loro modi.
Lo zaino. Tutti hanno uno zaino, almeno quelli che non usano quei grandi teli carichi di merce, di vestiti colorati, che trasportano sulla schiena e poi scaricano sulla sabbia per poi trascinarli lungo la battigia per chilometri.
Poi si fermano e creano un mercatino improvvisato per le oziose signore che si avvicinano attirate dalla curiosità.
Sono pronti a riprendere il contenuto velocemente, quando c’è un pericolo, quando c’è qualcuno o qualcosa che non li convince.
L’attaccapanni adattato è un classico.
Qualcuno aggiunge direttamente i vestiti su attaccapanni professionali, che trasporta poi sollevandoli con la forza delle spalle. Chilometri lungo la costa, zig zag tra gli ombrelloni ed i lettini, ma soprattutto lungo la battigia.
Ne ho visto uno che poggiava su due ruote a mò di carretto dei gelati, con due comodi ombrelloni, per garantirsi un po’ d’ombra.
Gli occhi pronti a cogliere uno sguardo, un richiamo, una curiosità. Quel momento buono per attaccare bottone con qualcuno che prende il sole.
Occhi giù, nessuno commento, chi non vuole comprare basta che non risponda, che si mantenga indifferente. Indifferenza pagata a costo di qualche rimorso per un minimo di considerazione, di umanità.
I ragazzi di colore sono tra i pochi che non portano il cappello. E’ chiaro, sono abituati a ben altro. Molti portano dei jeans e scarpe sportive, magliette scure. Portano borse con una mano, borsette per signore sull’altra. Sorridono poco. Non passa facilmente la giornata.
I più sorridenti portano articoli più adatti alla spiaggia, più commerciali. Cd musicali, occhiali, orologi. Vendono di più ma sono più tartassati dai controlli. Portano cappelli ed occhiali più accattivanti. Si muovono più tatticamente per la spiaggia, a suon di musica, quasi.
Alcuni sono decisamente simpatici e ben curati. Hanno una vera arte nel camminare sulla spiaggia sorridendo a tutti e muovendo le spalle mimando un motivo, una mossa. Ma a volte incrociano uno sguardo duro e indifferente e cambiano aria.
Altri mirano ad un target ben preciso di cliente, poche parole quasi sussurrate. Qualche frase ad effetto, una parola in codice che richiama un marchio, un cantante, una moda.
Si sa che poi la qualità non è poi quella sperata, quella proposta. Ma siamo a volte affascinati dal contenitore e non dal contenuto.
Gli strilloni.
Percorrono la battigia trasportando carretti con del ghiaccio dentro e tanti succhi sul pianale, quasi un bar dove preparano con maestria quella grattachecca che ti farà dissetare, che ti darà mezz’ora di frescura.
Urlano o più spesso suonano un fischietto, un campanello. A volte sono fastidiosi perché ti svegliano mentre dormi disteso sul lettino, ma a volte ti fanno piacere perché sono a portata di mano.
Rompono la calma della spiaggia, colorano questi momenti.
Erano italiani, ora pare stia cambiando la loro nazionalità.
Così anche per quelli che vendono noci di cocco, un tempo napoletani. Si va da chi trasporta il classico secchio pieno d’acqua e cocco tagliato a pezzi, a qualcuno che trasporta una carriola adattata a negozio di frutta ambulante, con una vena di gusto tropicale che non fa mai male e che soprattutto cattura la fantasia dei clienti.
I maghrebini portano asciugamani, teli da mare coloratissimi. La tecnica è quella di tenerli bene aperti per mostrare il colore vivo ed attirare l’attenzione con movimenti di braccia quasi da matador. Mostrano i muscoli delle loro braccia e i sorrisi perfetti, i denti bianchissimi.
Gli indiani che si aggirano sono spesso più anziani e coperti. Vestono di grigio e di scuro, si coprono abbastanza, pantaloni larghi, cappello con visiera, giacca con tasche o gilet sportivo e camicia scura. Hanno occhi scuri, a volte stanchi, spenti.
I ragazzi arabi sono più allegri, vestono più leggeri, con pantaloncini a mezza gamba, colori a volte sgargianti. Se non fosse per la merce li scambieresti per dei bagnanti.
Forse hanno una tecnica vincente, sono da più tempo nel mercato, sono dei “vucumprà” patentati.
Si contendono questo primato con alcuni senegalesi che si muovono tra questi lidi come fossero a casa loro, come noi fossimo nel loro negozio.
Ma credo che i maghrebini siano stati tra i primi.
Sono discreti, sorridono, sanno che non hai voglia di comprare ma anche che il loro sorriso potrà farti cambiare idea.
Molti si fermano a parlare con te del loro Maghreb, che non tramonta mai. Ti ricordano un viaggio nella loro Africa.
Tempi difficili per il mondo arabo. Difficile affrontare argomenti in maniera serena.
Difficile dimenticare che c’è una guerra.
I cinesi.
Sono più piccoli, vestiti di chiaro, odiano il sole. Portano cappellini ed occhiali da sole.
Tre categorie: massaggiatrici di "tui-na" vestite di bianco con cappello bianco, velo sul collo ed occhiali da sole, venditori di aquiloni e venditori di piccoli articoli elettrici, inutili o utilissimi.
Ti aspetti prezzi stracciatissimi da loro. Sorridono sempre, o quasi.
Di tutti convince insomma il sorriso, lo sguardo, anzi la capacità di mantenerlo davanti a clienti così svogliati, scocciati, spenti.
Quelli siamo noi, che abbiamo dimenticato la bellezza di un sorriso, offerto senza chiedere nulla in cambio, solo quel po’ di considerazione.

2 commenti:

Dario D'Angelo ha detto...

E' una bella e sincera descrizione... mi hai anche fatto tornare nostalgia per il litorale della mia terra ed i personaggi che lo animano :-)

Ciao, Dario.

dous ha detto...

Sincera, sì.
E' bastato aprire gli occhi ed osservare intorno.
E' bello osservare e non restare indifferenti.