27/05/07

Il tuo cuore


father, inserito originariamente da confusedvision .



Rumori della sera nella pensione.
Sono un po’ stanco e mi sono coricato lasciando gli altri ospiti davanti allo spettacolo in tv.
Ho trovato papà stanco stasera, aveva la barba cresciuta, qualche taglio in viso, un segno di herpes sul labbro, qualche ferita sul collo, lo sguardo stanco e la voce flebile.
Leggeva un libro seduto su una poltroncina quando l’ho visto stasera, di fianco al suo letto, nella corsia della clinica cardiochirurgia dove è stato operato giorni fa.
“Come sta papà ?” avevo chiesto alla moglie questo pomeriggio al telefono
“E’ stanco, non vuole mangiare” ha risposto.
Sono partito subito ed ho raggiunto in due ore l’ospedale.
L’operazione è riuscita bene, ma ad una settimana di tempo non riesce ad uscire. Ha 80 anni, il diabete ed ora due by-pass coronarici.
Ora è stanco, contento di vedermi, ma stanco di notti passate insonni in quest’ospedale, stanco di star lontano di casa, dei dolori che sente e della ferita che non ancora guarisce.
E’ deluso insomma di non poter partire e di dover stare ancora ricoverato qui.
Stasera mi ha confessato, “ma non era meglio che morivo ?”
L’ho portato fuori sul balcone ed ho cercato di tirarlo su, parlandogli un po’.
L’aria della sera e le luci che si smorzavano, la fresca brezza che ventilava dopo una giornata torrida.
Da qui fuori si vede il paese lassù, è tranquillo.
Malgrado il caldo opprimente di questi giorni stasera fa fresco.
Lui siede di fronte a me e mentre gli parlo tiene il braccio appoggiato al mio.
Gli poso il braccio sulle spalle e continuo a parlargli.
Sono allegro, e faccio delle battute sull’ospedale, sui suoi vicini di letto.
Poi una dottoressa avverte che dobbiamo tenere a distanza i malati perché è meglio per loro.
Tutti cominciano a ritirarsi nelle stanze.
Anche lui.
Lo porto a camminare nel corridoio. Usa una specie di passeggino con le ruote per tenersi su mentre mi cammina di fianco.
Lo lascio in stanza mentre gli regalo un libro di un autore afghano, che a lui è piaciuto. Lo leggerà dopo che finirà l’altro, mi promette. Non ho neanche fatto in tempo a scrivergli una dedica, ma penso che faccia lo stesso: se lo ricorderà.
Domani tornerò a trovarlo.
Usciamo io e la moglie e la porto in trattoria, poi in centro per una passeggiata. E' contenta della mia visita.
Le faccio visitare la cattedrale che per caso è aperta.
Dentro assistiamo all’orazione del vescovo, ascoltato da tanti fedeli.
Poi prendo un caffè in un bar elegante del centro.
Me lo serve Marina, la barista. Ne farà ancora tanti, fino a mezzanotte: e poi domattina alle 7.
“Forse hai sbagliato vita” le dico. “ Certo” risponde.’ E aggiunge un piattino con un biscotto da te sul banco.
Pago e usciamo. Le ore della sera scorrono mentre rinfresca.
Due passanti mi chiedono informazioni su dove mangiare e indico loro un posto che avevo notato la scorsa settimana da quelle parti. Sembro già pratico del posto.
Torniamo alla pensione attraversando il paese che quasi dorme.
Gli inquilini sono dentro mentre entriamo. Hanno un parente operato anche lui al cuore.
La figlia è preoccupata per il padre, al secondo intervento. La madre fa la notte al suo capezzale.
Io non sono preoccupato. Papà sta bene.
Deve solo riprendersi, ritrovare il suo innato ottimismo.
Quando si è operati al cuore risalire non è facile.
Serve la spinta, serviamo noi.

Domani.

Mi alzo presto e dopo la toeletta esco che il paese si è già svegliato, da qualche parte.
L’ospedale sembra un fantasma avvolto nel verde. Entro e la macchina del caffè mi accoglie muta.
Risalgo i piani silenziosi e al secondo tentativo mi infilo nel corridoio, cerco mio padre ma non lo vedo.
Sento la donna delle pulizie che si lamenta di un ospite che si attarda in bagno.
“E’ lui”, penso. Infatti è lì che si fa la barba.
Esce e lo accompagno a far colazione. Si siede sul letto lentamente.
Ha una fasciatura sul petto e una flebo che gli esce dal braccio.
Lo aiuto a mangiare. Ha tante pillole da prendere.
Oltre a quelle nuove anche le pillole per il diabete che prende da tanto.
Mi consiglia di controllarmi il sangue e di far di tutto per ritardare il diabete, visto che è ereditario.
Poi si stende e dorme.
Gli tengo una mano sotto la nuca.
Poi comincio a carezzargli il viso, la nuca.
Infine gli prendo la mano e la tengo tra la mia.
Un altro paziente interrompe quel momento così bello che non provavo da tempo. Forse non lo avevo mai provato con mio padre.
Il suono di un campanello richiama l’infermiere.
Papà si sveglia.
Dopo un po’ usciamo e camminiamo nel corridoio.
Gli tengo la mano sulla spalla e mentre camminiamo così affiancati per quel corridoio corto, gli massaggio la schiena.
Una paziente ci passa vicino e dice a mio padre che è fortunato ad avere un figlio che lo accarezza.

Sì, ci vogliono più carezze ai malati.
Passano i minuti e torniamo nella stanza.
Si sdraia nuovamente.
Lo lavano.
Quando rientro posso stare poco.
Dicono che ormai devo uscire.
Lo abbraccio e gli dico quello che il dottore mi ha detto.
Esco.

In autostrada ripenso a quei momenti.
Gli occhi cominciano ad arrossire e non trattengo le lacrime.
Mi accompagnano per parecchi chilometri.
Benvenute.

2 commenti:

Callie ha detto...

Language Barriers are non existent when faced with such beauty as your photographs....

Stunning and awe provoking as so many that I have seen in the blogosphere realm.

Yours is also a wonderous expression of such.

callie

dous ha detto...

The photos, also those of others, have inspired my words and your comments and I hope inspire the awakening of the conscience of many other again.